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Contagio zero, ma guai a dirlo

Contagio ormai vicino alle 0 in molte regioni, ma non si torna a scuola e non si torna negli stadi. Almeno fino a nuovo ordine. Facile dire: siamo tornati alla normalità, se in una nazione piccola come la nostra non puoi neanche spostarti da una regione all’altra per raggiungere gli amici, un familiare che non vedi da Natale. Magari distante da noi solo due ore di macchina. Se cominci ad avere un ricordo sbiadito della squadra del cuore. Se passando davanti a una scuola non senti più il vociare dei ragazzi dalle finestre aperte. Certo, abbiamo abbandonato la caffettiera della nonna per gustare finalmente un espresso al bar sotto casa. Siamo pronti a tornare sotto l’ombrellone, ma a debita “distanza”. Gli anziani che passavano le ore in pineta a giocare a carte hanno paura degli assembramenti da scopone. Ci manca solo il fischietto del vigile a terrorizzare anche loro. Poi ci sono i virologi ad occupare la Tv h24 per dirci tutto e il contrario di tutto, finendo col confondere anche le poche certezze che avevamo faticosamente accumulato in questi mesi. Forse, quando vedremo i camici bianchi tornare al loro Piccolo chimico, nei sottoscala di qualche ospedale, saremo un Paese più sereno. Non con il termometro costantemente sotto il braccio per sapere come stiamo. Non benissimo, a dire il vero. E non certo per questo virus che sembra non poterne più neanche lui di ascoltarci mentre snoccioliamo il rosario. Tanto da aver deciso di allentare la presa per prendere finalmente il largo. Sembra davvero sparito, nonostante la movida sui Navigli e sulla riviera romagnola. Ma devono dirci che è ancora una grande minaccia, per non farci sentire troppo vivi prima che sia prodotto il vaccino: il business del secolo. Poi tornino pure i derby allo stadio e le cubiste nelle discoteche, quando le grandi lobby farmaceutiche avranno finalmente piantato la loro bandierina sul maledetto pipistrello, e il “distanziamento sociale”, soprattutto tra ricchi e poveri, avrà raggiunto spazi siderali. (s.o.)

Saverio Occhiuto

Saverio Occhiuto

Saverio Occhiuto nato a Reggio Calabria nel 1954, abita a Pescara. Giornalista professionista, laureato in psicologia all’università di Padova, ha lavorato dall’80 al ’92 in Calabria e in Veneto, collaborando per numerose testate giornalistiche, agenzie di stampa ed emittenti radiofoniche e televisive. Tra queste, il Giornale di Calabria, la Gazzetta del Sud, il Giornale di Sicilia, Il Resto del Carlino, il Diario di Palermo. Si è occupato, tra l’altro, dei più importanti fatti di cronaca nera e giudiziaria avvenuti in Calabria negli anni ’80. Ha intervistato il capo di Cosa Nostra Luciano Liggio, ha indagato sul caso Moro e sull’omicidio dell’ex presidente delle Ferrovie Lodovico Ligato. Nel gennaio del ’93 è entrato a far parte del gruppo Espresso. E’ stato redattore e vice capo servizio del quotidiano abruzzese il Centro presso la redazione di Pescara, più volte inviato in Italia e all’estero. Autore nel 2015 del libro: Don. La 'ndrangheta mai raccontata, oggi ha un suo blog, Nuvole, edito dal quotidiano on line Abruzzoitalia.it e collabora con Il Messaggero.

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