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L’illusione perduta

Saverio Occhiuto

C’è sempre una stagione nel corso della storia in cui alla protesta di piazza o alla rivolta armata viene affidato il cambiamento. In Italia è accaduto prima negli anni Settanta, quando con la P38 e il tritolo disseminato anche nelle sale d’aspetto delle stazioni il terrorismo ha provato a piegare lo Stato alle sue “ragioni”. La cosa si è in qualche modo ripetuta agli inizi degli anni Novanta con la stagione di Tangentopoli, un’altra rivoluzione anti sistema affidata in questo caso alle toghe. E in epoche più recenti con la nascita di movimenti politici, dai 5 stelle alla Lega Nord, allevati contro i “poteri forti” (Roma ladrona) e la matrigna Europa. Poi, improvvisamente, è cambiato tutto. Appena due anni fa il movimento creato da Bebbe Grillo a suon di vaffa e tenuto a galla dalla Casaleggio & associati nel nome di Rousseau, era stato votato in alcune aree del Paese da un elettore su due. Oggi deve accontentarsi di percentuali omeopatiche, come certificato anche dalle ultime amministrative. Nello stesso arco temporale la Lega di Matteo Salvini perde il primato che gli era stato attribuito dai sondaggi per incamminarsi verso discese ardite senza risalite. Ad avvantaggiarsi di tutto questo è l’usato sicuro. Cioè i partiti tradizionali, che pur restando sostanzialmente gli stessi vedono tornare all’ovile qualche milione di elettori smarriti alle elezioni del 2018. Dare una risposta a questo fenomeno di politica sociale è un esercizio abbastanza arduo. C’è chi lo attribuisce alla inconsistenza di leader politici come Luigi Di Maio e Matteo Salvini a cui viene rimproverato di non averne azzeccata una dopo aver lasciato i comodi banchi delle opposizioni per andare a sedere sulle poltrone dei Dicasteri. Altri attribuiscono tutto all’emergenza sanitaria che il mondo, non solo il nostro Paese, sta attraversando tra mille inquietudini. Che spingerebbe, appunto, ad affidarsi a chi ha più dimestichezza con l’esperienza di governo che con il Mojito. Fattostà che un’altra breve stagione sembra già alle spalle. Populisti e sovranisti non convincono più chi aveva creduto che il nemico si annida tra i marmi dei palazzi romani. Anzi, proprio a quei palazzi si affida oggi la propria salvezza. Che passi da una semplice mascherina poco importa. L’importante è che chi ha in mano il nostro destino si presenti almeno con un volto credibile in tv, senza agitare rosari o invocando la Madonna. Quelli, semmai, li conserviamo ciascuno nella nostra intimità come ultima spiaggia. Con l’augurio di non doverne fare mai ricorso. (s.o.)

Saverio Occhiuto

Saverio Occhiuto

Saverio Occhiuto nato a Reggio Calabria nel 1954, abita a Pescara. Giornalista professionista, laureato in psicologia all’università di Padova, ha lavorato dall’80 al ’92 in Calabria e in Veneto, collaborando per numerose testate giornalistiche, agenzie di stampa ed emittenti radiofoniche e televisive. Tra queste, il Giornale di Calabria, la Gazzetta del Sud, il Giornale di Sicilia, Il Resto del Carlino, il Diario di Palermo. Si è occupato, tra l’altro, dei più importanti fatti di cronaca nera e giudiziaria avvenuti in Calabria negli anni ’80. Ha intervistato il capo di Cosa Nostra Luciano Liggio, ha indagato sul caso Moro e sull’omicidio dell’ex presidente delle Ferrovie Lodovico Ligato. Nel gennaio del ’93 è entrato a far parte del gruppo Espresso. E’ stato redattore e vice capo servizio del quotidiano abruzzese il Centro presso la redazione di Pescara, più volte inviato in Italia e all’estero. Autore nel 2015 del libro: Don. La 'ndrangheta mai raccontata, oggi ha un suo blog, Nuvole, edito da Makenews.it e collabora con Il Messaggero.

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