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Quei maghi senza futuro

Ci avevano detto: se si riapre tutto l’8 giugno avremo 151.000 malati in terapia intensiva. Abbiamo riaperto tutto, dal calzolaio sotto casa alle sale abbronzanti, e i pazienti delle terapie intensive si contano ormai in poche decine. Al punto da averci costretto a chiudere persino gli ospedali anti Covid messi su a tempo di record, costati un occhio della testa, ma che di pazienti non ne hanno visto neanche uno. Ci avevano raccomandato di proteggerci con cura utilizzando tutti i dispositivi di sicurezza. Adesso l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità che dovrebbe vegliare sul nostro benessere, ci mette in guardia da un nuovo pericolo: attenti ai guanti di lattice, sono dannosi per la salute. Diciamolo pure, con la ragionevole certezza di non esagerare nell’esprimere un giudizio così duro: il terrorismo mediatico ha fatto più danni del virus arrivato fino a noi dai banchi del mercato ittico di Wuhan. Ha messo a rischio la nostra salute fisica e mentale, causato danni incalcolabili all’economia, devastato il tessuto delle relazioni sociali. Certo, stare chiusi in casa era l’unica strada percorribile per fermare l’epidemia quando il Covid mordeva e riempiva anche gli obitori. Poi qualche camice bianco ci ha preso gusto a fare incorniciare tutte le sere il suo faccione nello schermo della Tv. E per poter restare ancora lì c’era una sola strada: alimentare il terrore anche quando non c’era più alcuna ragione plausibile di avere paura. Un po’ come la caccia all’immigrato che abbiamo sempre rimproverato a certa politica, quella che prova a trasformare a tutti i costi il nero in quello che per il toro è il rosso. Soltanto che in questo caso c’è almeno l’alibi del consenso elettorale, lasciato comunque al libero arbitrio di ciascuno di noi. Nel caso della pandemia, oggi ridotta a una pandemina alla luce dei numeri, la questione è invece molto più seria: non si uccide un Paese perché hai preso gusto a stare di fronte a una telecamera e non hai alcuna voglia di tornare al tuo Piccolo chimico. Magari nel sottoscala di un freddo ospedale. (s.o.)

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Saverio Occhiuto

Saverio Occhiuto

Saverio Occhiuto nato a Reggio Calabria nel 1954, abita a Pescara. Giornalista professionista, laureato in psicologia all’università di Padova, ha lavorato dall’80 al ’92 in Calabria e in Veneto, collaborando per numerose testate giornalistiche, agenzie di stampa ed emittenti radiofoniche e televisive. Tra queste, il Giornale di Calabria, la Gazzetta del Sud, il Giornale di Sicilia, Il Resto del Carlino, il Diario di Palermo. Si è occupato, tra l’altro, dei più importanti fatti di cronaca nera e giudiziaria avvenuti in Calabria negli anni ’80. Ha intervistato il capo di Cosa Nostra Luciano Liggio, ha indagato sul caso Moro e sull’omicidio dell’ex presidente delle Ferrovie Lodovico Ligato. Nel gennaio del ’93 è entrato a far parte del gruppo Espresso. E’ stato redattore e vice capo servizio del quotidiano abruzzese il Centro presso la redazione di Pescara, più volte inviato in Italia e all’estero. Autore nel 2015 del libro: Don. La 'ndrangheta mai raccontata, oggi ha un suo blog, Nuvole, edito da Makenews.it e collabora con Il Messaggero.

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